Siamo in guerra

Dal blog di Marco Camisani Calzolari ecco un post molto interessante.

Oggi uno studente vicino alla laurea mi ha chiesto di dargli una visione realistica del mondo digitale in cui vorrebbe andare a lavorare.

Ebbene la mia verità è che siamo in guerra.

Siamo nel delirio collettivo. L’ignoranza digitale è così diffusa da creare allucinazioni altrettanto diffuse.
Le notizie volano da un quotidiano generalista a un blog di settore come una sorta di girone nauseabondo in cui i primi condizionano i secondi.

La professionalità è merce rara e di quei pochi individui che la praticano, solo alcuni sono riconosciuti. Anche se spesso sono uno di quei fortunati, soffro comunque la frustrazione di dover combattere pregiudizi forniti dagli altri. The others li chiamerebbero in Lost. Quei parassiti che navigano sul web solo una volta al mese per prenotare l’aereo, per cercare su eBay o per controllare l’email, sentendosi così dei paticipator anche loro, e quindi con il diritto di docere.

La guerra è con parte di quella fauna composta per lo più da dipendenti di lusso. Ovvero gente che non sa cosa sia il “prodotto” in quanto per professione deve invece seguire pedissequamente quanto gli viene imposto dalla presidenza, tuttavia occupano sedie importanti. Sono quindi uomini corteggiati dai convegnisti (categoria che in alcuni casi sta sostituendo i magliari e i ricottari dall’immaginario collettivo di alcuni) perché timbrano il cartellino nella rinomata azienda ma che hanno il PC senza Skype perché usa un protocollo fuori dalla pollicy aziendale. Tuttavia sono loro il nuovo web 2.0, quando va bene e non dicono che è una bufala poco distante dalle cartoline digitali del web 1.0.

Sono il riferimento e il punto di arrivo per molti.

Al mio giovane amico ho consigliato di stare lontano da tutto questo. Di cambiare modelli. Di lavorare duro e di lavorare per se. Di non farsi abbagliare da certe mostrine. Di usare tutto. Di avere un account su tutto. Di mettere sotto stress tutto. Di affondare le mani sino alla nausea. Di usare bene il tempo e usare bene strumenti che lo gestiscano al meglio. In sostanza di attrezzarsi al meglio per andare al fronte.

Campi di battaglia di una guerra che vede a confronto il nuovo contro il vecchio. Nuovi modelli di vita e di impresa, contro quelli del secolo scorso.

Nuovi microimprenditori contro i lunghi palazzi dell’establishment. Nuovi depositari della conoscenza condivisa contro vecchi portatori di polvere, carta e inchiostro.

Gli ho suggerito di chiudere gli occhi e cercare di “vedere”, di ascoltare poco di quel che gli dicono gli uomini di “successo” e fare invece molto di quel che gli suggerisce la user experience.
Di crearsi un piccolo modello di sostenibilità fatto di lavoretti, adsense, e olio di polpastrelli. Lontano dal modello tempo/cartellino.

Presto riaprirà gli occhi e il mondo sarà cambiato. Avrà vinto il mondo veloce. Quello lento sarà una casta chiusa in se stessa e fuori dalle dinamiche economiche mondiali.

Il futuro è oggi, si tratta solo di tapparsi il naso per un po’, aspettando che l’odore di bruciato si diradi e lasci entrare la luce del nuovo. Quella della democrazia digitale diretta, del telelavoro, della quantificazione in base alla qualità del lavoro e non al tempo timbrato.

Luce e tempi che vedranno presto emergere la forza del digitale partecipativo, e che saranno seguiti dal vento che spazzerà via la fuffa dei finti convegni, delle finte associazioni, dei finti incontri sociali con scambio biglietto da visita, dei finti siti, dei finti manager, delle finte aziende.

Il crollo di un mondo cartonato che con un po’ di fortuna il mio amico neo-laureato vedrà presto.

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