aridatece Lombroso

 

Il sen. De Gregorio è indagato in una brutta vicenda di riciclaggio. Numerosi assegni a sua firma sono stati trovati in casa di un camorrista. Se Cesare Lombroso avesse vinto la sua battaglia nell’ ambito del diritto penale, quest’uomo non sarebbe senatore. Pollice verso per Antonio di Pietro, che lo ha candidato e fatto eleggere in campania, sebbene sapesse di che pasta fosse fatto. De gregorio poi si è fatto eleggere presidente della commissione difesa e poi è passato dall’altra parte. Ecco un ritratto del personaggio apparso sul Corsera.

45 anni, un passato da cronista d’assalto, un presente da imprenditore di successo, un futuro da uomo delle istituzioni». L’autoritratto in stile Rude Pravo risale al 2005. Ma è solo l’antipasto, perché la biografia da mausoleo sovietico si spinge oltre. Molto oltre. «Parlare del Sergio De Gregorio giornalista, è un po’ come raccontare la storia dell’ultimo quarto di secolo del millennio appena concluso». Troppo? Macché, l’uomo dalla vita formato Garzantina non conosce limiti. A cominciare dalla stazza. Taglia su taglia, chilo dopo chilo, il senatore che fu dipietrista, è berlusconiano e sarà chissà cosa, oggi sembra l’iperbole calorica dell’accigliato giovanotto che, alla fine degli anni ’70, frequentava la redazione napoletana di Paese Sera sfornando inchieste su camorra e folclore, misteri criminali e tradizioni popolari. Lui che da smilzo adolescente fu il più imberbe tra i cronisti italiani iscritti all’albo (cfr. biografia suddetta), si ritrova adesso a fare da ago della bilancia nell’aula di Palazzo Madama con la sembianza oversize della maturità. E il suo voto pesa eccome. Ma se il frontespizio del presente mostra l’immagine a tutto tondo di un «giornalista prestato alla politica» (o, come sostengono le malelingue, di una «politica prestata a un giornalista»), sfogliando le pagine del passato viene fuori il ritratto di un italiano furbo e spaccone, «mariuolo di pensiero» tanto abile da modellare i propri desideri su quelli altrui pur di guadagnare un tornaconto, opportunista in perenne allerta, una sorta di Inzaghi dell’esistenza, capace di mettere a frutto ogni occasione. Tanto più quando si trova tra i piedi una palla «sporca». E allora via con la prima istantanea, datata 1995. Sergio De Gregorio è ancora un free lance a caccia di scoop. Poco gli importa chi sia a metterlo sulle tracce di una notizia e perché lo faccia: lui parte e basta. Così, nell’estate di quell’anno, si ritrova con la consorte e i due rampolli (oggi la prole è raddoppiata) a bordo della Monterey, una nave da crociera che fa il giro del Mediterraneo. Il caso (o, forse, un potere più terreno) vuole che sullo stesso bastimento sia imbarcato Tommaso Buscetta, alla sua prima vacanza in incognito con moglie e figlio. Le due famigliole fanno amicizia: tuffi in piscina, feste mascherate, serate di gala. Don Masino e De Gregorio sembrano addirittura compagni d’infanzia: sbracati ai tavoli del piano bar, trascorrono le notti a maltrattare canzoni napoletane con voce urticante. Il pezzo preferito, manco a dirlo, è Guapparia. Giunti allo scalo di Ahod, però, il giornalista in servizio segreto scende sul molo e acquista una Lettera 22. Scrive l’articolo, mette insieme le foto scattate e recapita tutto a un messo che l’aspetta nel porto di Rodi.

Il reportage viene pubblicato sul settimanale Oggi e scatena un vespaio di polemiche dal quale l’autore esce senza nemmeno una punzecchiatura. Seconda istantanea, molti chili dopo. Siamo nell’era del De Gregorio «imprenditore di successo». Per rimirare il (nebbioso) panorama di questo periodo, si consiglia di leggere le pagine che Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo gli hanno dedicato nel libro La Casta. Ma se proprio vogliamo andare in cerca di un dettaglio, basta ricordare le feste organizzate dall’associazione Italiani nel Mondo, il controverso network televisivo ed elettorale che fece decollare la candidatura politica di De Gregorio. Allestite in provincia dentro pacchiani albergoni da matrimonio, riprese in diretta e poi ritrasmesse fino all’indigestione oculare da emittenti private di serie Z, queste serate al confine tra la festa strapaesana e l’osanna al leader maximo rappresentano veri e propri cult dell’immaginario televisivo vesuviano, tendenza trash: musiche da vecchio festival di Napoli (riesumato anche quello per una stagione dal buon De Gregorio), interviste dove l’italiano era un abito troppo stretto, arrivo trionfale dell’ormai pingue presidente, taglio della maxi- torta offerta dai pasticcieri di Roccapipirozzi o altra località ugualmente amena. Terzo e ultimo scatto, con la piena calorica che ha rotto gli argini. «L’uomo delle istituzioni» è pronto a scendere in campo. Non importa quale, purché sia un campo. Infatti, alla vigilia delle elezioni regionali della Campania, fa stampare un bel po’ di manifesti 6×3 (modello Berlusconi, per intenderci) con il suo faccione piazzato sopra e nessun simbolo accanto. Nello spazio vuoto si alterneranno in poche settimane gli stendardi di Italiani nel mondo, Forza Italia e Democrazia Cristiana. Mesi dopo De Gregorio cambierà anche l’ultimo domicilio conosciuto, traslocando prima a casa Di Pietro e poi nel condominio del centrodestra. Un trasformista? No, soltanto un uomo che segue il corso della storia. La sua, ovviamente.

Enzo d’Errico

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